Contributi teorici

 

Jean Clair e il suo ultimo pamphlet “L’hiver de la culture” di Gianfranco Missiaja

sabato 19 maggio 2018


Sintetizzando ciò che riportano i testi critici:

Se siete stanchi di visitare gallerie occupate da opere d’arte realizzate attraverso esercizi concettuali incomprensibili, esposizioni  sommerse da installazioni che sembrano discariche, animali impagliati battuti all’asta per due milioni di dollari; se vi disgusta scoprire alla Biennale delle performance di negri che si sodomizzano con le banane, sapere che scatolette di merda, firmate e numerate, vengono vendute a peso d’oro e che certe  tele imbrattate e scarabocchi vengono acclamati dai critici d’arte; se provate un profondo fastidio di fronte al degrado di molti musei trasformati in supermarket, grandi magazzini affollati da chi ricerca solo mostre-evento, invasi da orde di turisti maleducati ed incivili,  non vi resta che trovare conforto leggendo gli scritti di Jean Clair, il cui ultimo saggio, pubblicato da Skira, ha un titolo emblematico:  “L’inverno della cultura”.


Diciamo subito che Clair, essendo un raffinato intellettuale, non ha niente da spartire con la maggior parte dei critici attuali intenti soprattutto ad assecondare le mode e il gusto corrente. Nato a Parigi nel 1940, Jean Clair è il pseudonimo di Gérard Régnier. Laureatosi alla Sorbona di Parigi, ha studiato alla Harvard University e presso la National Gallery di Ottawa. Insigne, membro dell´Académie française, a Parigi dal 1982, è conservatore al Musée national d'art moderne, già direttore del Museo Picasso e commissario di mostre celebri come quelle monografiche consacrate a Duchamp o a Balthus, o quelle tematiche sulla "Malinconia" o su "Delitto e castigo", Direttore del settore arti visive della Biennale di Venezia nel 1994 e  ne ha diretto la 46° edizione nel 1995.


Le furiose polemiche che suscita sono dovute al suo feroce attacco, senza mezze misure, contro la “degenerazione  dell’arte contemporanea”. Come ha avuto modo di scrivere qualche critico: “ basti pensare che un’opera di Jeff Koons, come dei palloncini gonfiati, puo’ essere quotata ben piu’ di una tra le opere più significative del nostri Maestri del ‘500”.  L’opposizione alla mercificazione, all’omologazione culturale al livellamento estetico e all’arte ridotta a intrattenimento e strategia di marketing non può, secondo Clair, che avere come logica conclusione il ritorno alla figurazione, all’emozione mistica, a canoni di bellezza classica.


La  denunzia di Jean Clair, all´arte contemporanea, ridotta a mero oggetto di speculazione nelle mani di pochi mercanti, non può, in effetti, lasciare indifferenti. Egli afferma che sembra oggi di assistere al più clamoroso paradosso e ad un’imbroglio epocale. E, del resto, basta guardare intorno ciò che succede: a dicembre del 2010, a Padova i netturbini prelevano un'"opera d'arte" esposta in strada, per un evento artistico urbano, portandola al ceneritore scambiandola per un rifiuto. Tempo addietro anche a Verona era successo un fatto analogo: gli addetti delle pulizie del Palazzo della Regione hanno faticato per lavare dal pavimento quella che era considerata da loro una macchia di vernice. In realtà si trattava di un'autentica opera d'arte di Umberto Vaschetto. Semplici modelli, scherzi di studenti, vengono ripescati dalle acque e acclamati dalla critica come opere d’arte di Modigliani.


Ma Clair non transige e si indegna: “siamo arrivati al crollo di una estetica e di una cultura millenaria!” Il cosiddetto artista sembra concepire l’ opera come mostruosità, rifiuto, cosa abietta, frutto di escrementi e di materiale organico come sangue, sperma, orina e merda. Oggi gli artisti sembrano testimoni di un’ estetica del disgusto, sfidano ogni morale, con un gesto portato all’ estremo limite, nella cosiddetta performance,  spesso all’insegna del porno di più bassa lega. Gli eredi odierni di Duchamp, come Cattelan, Hirst, Koons, Murakami, i fratelli Chapman, sostenitori di uno stile non supportato da alcuna conoscenza tecnica, i post-dadaisti non frequentano più le botteghe dei Maestri. Privi di mestiere, studiano solo le strategie del marketing!   Dal dopoguerra, continua Clair, è iniziato un drammatico declino, segnato da scandali, da rivoluzioni permanenti, dalla tirannia di un nuovo senza origine. Siamo nella geografia del negativo. In un teatro di pantomime burlesche: un teatro festivo e funebre, venale e mortificante, contagiato da blasfemie. L’ artista del nostro tempo non è più un profeta: pratica la dissacrazione, la profanazione, il furore omicida fin dai proclami del manifesto surrealista dove “il più semplice atto consiste, rivoltelle in pugno, nello scendere in strada e sparare a caso, a più non posso, sulla folla” (secondo manifesto del surrealismo del 1929).


Come uscire da questo abisso? Clair non ha dubbi: riscoprire sobrietà, equilibrio, sapienza. L’ arte deve tornare all’universo di bellezza e di purezza. Egli auspica il recupero di regole classiche. Il suo è un racconto critico radicale, spietato, volto a smascherare falsi miti: “davanti a me vedo solo un inaccettabile imbarbarimento estetico e, di fronte a ciò non resta che essere reazionari”. …..
”Vorrei uno spazio che restituisca agli europei il piacere di amare la nostra eredità e identità.” E ancora: “L´arte ha un senso, una funzione, una destinazione, un pubblico. Un´arte che abbia in se stessa la propria finalità è una buffonata.”

Pone, tra gli altri, il problema dell’opera d’arte, della sua essenza e funzione criticando l’utilizzo “mediatico” dell’opera avulsa da qualsiasi senso e contesto ma soprattutto rileva che  in alcuni casi essa nasce  all’unico scopo di stupire e fare notizia.

Se Achille Bonito Oliva non è d’accordo con le teorie di Jean Clair: “non chiede più all’arte di essere domanda sul mondo, ma piuttosto una conferma del già dato e del già vissuto. La sua è una sfiducia nel futuro, vede l’arte come una minaccia “, Vittorio Sgarbi, al contrario, sembra assecondarlo: “Credo che tra dieci anni Jean Clair, Marc Fumaroli, lo scomparso Giovanni Testori, io stesso avremo vinto. In fondo proprio Maurizio Cattelan ha annunciato da poco che il suo ciclo si è concluso e ho esposto questo suo addio nel mio Padiglione Italia alla Biennale di Venezia”.

Visitando le manifestazioni più importanti del panorama di arte contemporanea internazionale, sembra logico porsi alcune domande in merito al significato delle opere esposte: In arte oggi non esiste più nulla da insegnare? O meglio da imparare? Solamente tecniche per riuscire a vendere bene?


Se talvolta vi sorge il dubbio di non appartenere più al proprio tempo, se vi sentite preda di uno strano malessere per non riuscire a capire ciò che vi sta intorno, se vi impadronisce una insofferenza nell’osservare le manifestazioni di opere d’arte contemporanee, pensate che forse il disagio non è solo e soltanto vostro: siete dinnanzi ad un nuovo linguaggio dove qualsiasi genere può venire esposto ed essere utile per trasmettere un messaggio, un pensiero, un’emozione (anche se il più delle volte è di disgusto). Per dirla con Jan Clair, l’eccelso e il sublime viene dichiarato e  sale al rango di opera d’arte, come fosse una reliquia da adorare per la sua unicità e originalità, sacralizzata e divenuta oggetto di culto,  per il solo fatto di essere eseguito dall’artista, qualsiasi cosa essa sia, comprendendo anche la merda inscatolata. Se quindi è arte anche lo sputo, con tutte le varietà delle proprie escrezioni, sudore, orina ecc. ecc., ben venga dunque l’assenza di qualsiasi tipo di espressione della bellezza nel senso più piacevole del termine.

Gli scritti di Jean Clair si impostano all´attenzione pubblica, chiamando in causa anche il mondo della critica che onora ed acclama l’artista contemporaneo le cui opere incomprensibili vengono battute quotidinamente all’asta per milioni di dollari in nome della speculazione. Anzi, tanto più sarà difficile darne un significato, nel senso tradizionale del termine, tanto più salirà nell’olimpo dell’eccezionalità e della magnificenza……Non avrà molta importanza se poi la spiegazione del critico si discosterà completamente dall’intenzione dell’autore o darà interpretazioni che l’artista neppure immaginava…….

Ciò che avete di fronte, quotata milioni di dollari, sembra quindi essere semplicemente una operazione di marketing: un mondo di manifestazioni, della più diversa natura e tecnica, che nulla hanno a che fare con il sentimento ed il piacere di gustarsi un prodotto della maestria, delle capacità, del talento e dell’esperienza di anni di impegno di studio e di duro lavoro per imparare, ma manifestazioni estemporanee, che possono essere distrutte dopo la loro esposizione, che coinvolgono il mercato in maniera abnorme, mercato promosso da curatori, critici, galleristi ecc. che cercano di portare alle stelle il valore di manifestazioni e oggetti esposti a scopo di lucro.


L’arte contemporanea rappresenta dunque veramente solo il racconto di un naufragio e di una scomparsa attraverso i suoi happenings, performance, opere temporanee e autodistruttrici, che durano il lasso di tempo di una mostra ? Non la bravura in senso lato dell’artista, non le sue capacità, non la sua esperienza e cultura ma  solo il mercato che decreta il valore dell’opera?

Considerate con attenzione questi quesiti perché, rispondendo affermativamente, vi ritroverete di fronte ad un grande bluff: un’immensità di spazzatura da buttare rappresentata  da opere  ormai catalogate da critici, galleristi e istituzioni pubbliche e private ormai dichiaratamente affermate per far parte, indissolubilmente, della storia dell’arte……


Cosa ne penso personalmente di tutto ciò?

La questione forse riguarda il senso di fare arte oggi: la prospettiva di Jean Clair è, a mio avviso, una visione accademica, che sembra tesa a precludere l’evoluzione nel  futuro e la sperimentazione mettendo l’arte al riparo attraverso una morale intellettuale. Di contro, potrebbe sembrare senza sviluppo se la storia, a ben vedere, non ci avesse insegnato a guardare oltre anche come architetti: se non conoscessimo i progressi che ha portato il nostro romanico, attraverso lo studio dei canoni del passato, alle susseguenti innovazioni del gotico; se non avessimo riconosciuto l’esperienza del nostro Rinascimento come, con lo studio dell’arte classica,  sia potuto arrivare alle innovazioni del barocco………….


Nonostante io provenga da scuole di disegno accademico e mi sia sempre dedicato con passione allo studio delle tecniche artistiche tradizionali, personalmente, sarei d’accordo sul fatto che un artista non debba solo saper disegnare e dipingere bene, ma che le manifestazioni artistiche debbano poter giocarsi con la vita del mondo attuale a condizione che ciò non “funga da specchietto delle allodole” per  eludere ogni capacità creativa e per speculare, con buonapace di galleristi e critici senza scrupoli, volti solo ai propri interessi personali, gonfiando a dismisura il valore delle opere. Lo sforzo, a mio avviso, dovrebbe essere compiuto cercando di evitare a priori il rifiuto di tutto il presente, riconoscendo ciò che, in esso, ha valenza autentica. Sarei, in ogni caso, propenso ad oppormi a qualsiasi ricetta schematica, volta a precludere all’arte la sua vera ragion d’essere: un’espressione del momento storico in cui si vive, che deve lasciare alle future generazioni la testimonianza del proprio tempo.

Non possiamo disconoscere la storia e gli eventi che hanno determinato l’arte contemporanea:

a partire dai primi anni del secolo scorso, forse dall’esposizione della famosa “fontana” di Duchamp, del 1917, rappresentata da un orinatoio capovolto, dopo le negazioni dei concetti d’arte del movimento dada, le esternazioni oniriche del  surrealismo e il pensiero metaforico dell’arte concettuale, si è creata una frattura dagli schemi accademici tradizionali di concepire l'opera d'arte: non è necessariamente un artista chi conosce la tecnica del disegno e della pittura, le regole della prospettiva, l'anatomia e la teoria delle ombre nel chiaroscuro. Non esiste più solamente il figurativo, è scomparsa la classica distinzione presente in tutti i testi di storia dell’arte tra pittura e scultura. Non solo la fotografia, ma anche il cinema e la TV partecipano all'evento. I computer ormai spopolano nelle esposizioni d’arte contemporanea.

In realtà sappiamo bene come lo stesso Duchamp amasse studiare e consultare con assiduità la biblioteca del suo paese.  Redasse tutta una serie di studi sulla storia della prospettiva e sulla composizione dei dipinti e dei colori e non ci fu mai, da parte sua, critica ed opposizione alle tecniche tradizionali degli artisti. Ma, se passò alla storia dell’arte, fu per opere giudicate inaccettabili e scandalose dai suoi contemporanei nonostante sembrino presentarsi come uno scherzo, un atto provocatorio in uno spirito di sarcasmo, da lui stesso mai spiegate e giudicate come atti simbolici.

Sappiamo bene come le manifestazioni artistiche, dopo le applicazioni del ready-made e l’uso degli strumenti elettronici di comunicazione, utilizzino qualsiasi oggetto e materiale come ferro, vetro, ceramica, plastica, legno ecc. Già con il surrealismo, l'avvento della psicoanalisi e la scoperta dell'inconscio, Breton, e i suoi seguaci, manifestano la propria creatività attraverso la propria sensibilità e immaginazione come atto onirico lontano dall’illustrazione del verismo.

Se il futurismo voleva esprimere  “ il violento desiderio che ribolliva nelle vene di ogni artista creatore, si ribellava alla supina ammirazione delle vecchie tele e delle vecchie statue;  dichiarava che il trionfante progresso delle scienze determinava nell’umanità mutamenti tanto profondi da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e gli artisti liberi dichiarando guerra a chi rimane invischiato nella tradizione dell’accademismo a nome di una libertà individuale…..” (Manifesto dei pittori futuristi, 11 febbraio 1910), con il movimento dei dadaisti si mette in discussione l’essenza stessa dell’arte: “l’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza che è morta, il non-senso doveva rimpiazzare il senso; ciascuno si fa l’arte che gli pare; Non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste. Tutti i gruppi di artisti sono finiti in banca; l’artista nuovo si ribella: non dipinge più ma crea con qualsiasi elemento; abolizione della logica; abolizione della memoria……“ (manifesto del Dadaismo di Tristan Tzara, 1918).


Penso che dobbiamo accettare i cambiamenti! Essi accadono inevitabilmente come accade il cambiamento del linguaggio dell’arte. Anche in architettura, naturalmente con le dovute eccezioni, io sarei contrario a “ricostruire com’era e dov’era”: se ciò poteva essere giustificato per la ricostruzione del campanile di S.Marco, non lo trovo assolutamente valido ed attuale per La Fenice di Venezia dove si è perduta una grande occasione di vivere il nostro tempo con creatività e fantasia. Dobbiamo servirci delle nuove scoperte in tutti i campi per evolverci: rifare, copiando alla perfezione la “Gioconda”, non rappresenta un atto né creativo né artistico; lo aveva intuito bene già Duchamp nel 1919 con il suo L.H.O.O.Q.

Possiamo studiare con profitto la storia ma non è possibile tornare indietro. Non farei una questione di giudizio tout court, nel senso se le manifestazioni dell’arte contemporanee siano migliori o peggiori di quelle del passato. Credo che l’importanza sia nel sentire dentro sé stessi la spinta ad evolversi ed a creare. Con tali manifestazioni artistiche potremo descrivere lo  stato attuale, il nostro presente e ciò, forse, aiuterà ad intravedere il futuro……….


Riproduzione di tutto o in parte vietata senza consenso scritto dell’autore.



Apporti sul tema " FARE MONDI" a cura di Fabrizia Iacci

sabato 19 maggio 2018


… un brano di una riflessione del direttore della Biennale Daniel Birnbaum "perciò ho voluto dare all'esposizione il titolo FARE MONDI declinato in varie  lingue, come a voler indicare che gli artisti sono, o dovrebbero essere, capaci di immaginare nuovi modelli di vita, nuovi progetti esistenziali, configurando il loro ruolo come " costruttori" del  mondo".


''Il titolo stesso della 53. Esposizione Fare Mondi // Making Worlds – ha dichiarato il Direttore Daniel Birnbaum – esprime il mio desiderio di sottolineare il processo creativo. Un’opera d’arte è una visione del mondo e, se presa seriamente, può essere vista come un modo di ‘fare mondi’. Prendendo il ‘fare mondi’ come punto di partenza, esso ci permette anche di evidenziare la fondamentale importanza di alcuni artisti chiave per la creatività delle generazioni successive. In mostra saranno presenti tutte le forme artistiche: installazioni, video e film, scultura, performance, pittura e disegno, e anche una parata. La mostra creerà nuovi spazi per l’arte, che si dispiegheranno oltre le aspettative delle istituzioni e del mercato. L’enfasi posta sul processo creativo e sulle cose nel loro farsi, non escluderà un’esplorazione della ricchezza visiva. La pittura nel suo senso più ampio e il ruolo dell’immaginario astratto saranno indagati da artisti di differenti generazioni, inclusi quelli che non si definiscono innanzitutto pittori. Fare Mondi // Making Worlds è una mostra guidata dall’aspirazione a esplorare i mondi intorno e davanti a noi. Riguarda possibili nuovi inizi: questo è ciò che vorrei condividere con i visitatori della Biennale''.

…questa visione dell’arte contemporanea come ipotesi di costruzione del mondo:

“Un’opera d’arte è più di un oggetto, più di una merce. Rappresenta una visione del mondo, e, se presa seriamente, deve essere vista come un modo di “costruire un mondo”. Pochi segni tracciati su un foglio, una tela appena dipinta, una complessa installazione, possono essere paragonati a diversi modi di fare mondi.“ Così Daniel Birnbaum, direttore della 53. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia, in programma dal 7 giugno al 22 novembre 2009, illustra l’assunto concettuale che sostiene la prestigiosa rassegna, e lo dichiara apertamente attraverso l’intrigante titolo “Fare mondi/ Making Worlds”.

…All’insegna della mescolanza e dello sconfinamento la rassegna ospita tutti i linguaggi creativi: pittura e disegno, ovviamente, ma anche (soprattutto) installazioni, performance, scultura, persino una parata – “Multinatural (blackout)” di Arto Lindsday in programma il 5 giugno - e una maratona poetica, il Moscow Poetry Club, cui partecipano autori di diversa nazionalità.

“Lo stesso titolo Fare Mondi allude ad una idea della pratica dell’arte che utilizza tutte le coniugazioni e le modalità operative, infatti gli artisti presenti utilizzano come possibilità espressive le forme artistiche più varie, come l’installazione, il video, la performance, la pittura e il disegno. Altresì la definizione allude anche ad una idea dell’arte fortemente creativa, intesa nel senso proprio di questo termine, assumendo la capacità di reinventare e creare nuovi mondi, mostrando contemporaneamente anche il farsi di questa creazione, i mezzi con cui si attua e le idee che sono alla base dell’operatività artistica.

Ecco la 53a. Biennale in cifre. Le partecipazioni nazionali raggiungeranno il numero record di settantasette. In questa edizione sono presenti più di 90 artisti provenienti da tutto il mondo, attraverso i loro lavori che si pongono sia come esempi di possibilità ideative, sia come presenze oggettive di opere, si indaga il senso di un’arte che non si pone confini sia geografici, che teorici ed operativi, arrivando ad utilizzare tutti i mezzi per esprimere una idea e creare così nuovi mondi.

…..

Nel particolare, i vari padiglioni nazionali presentano una nutrita scelta di artisti assai significativi e sicuramente rappresentativi del concept stesso di tutta la rassegna, attraversando tutte la modalità operative attuate nell’ambito dell’arte contemporanea, con uno sguardo obliquo anche sul recente passato riscritto e inventato attraverso le loro opere.”



La Rue - sabato 19 maggio 2018

di Fabrizia Iacci


Ai colleghi Ligne et Couleur e amici,

a proposito del prossimo 74° Salon Ligne et Couleur.


Eravamo a cena, la sera del sabato 1°novembre scorso, per la vernice della

XVII° esposizione di Venezia, al ristorante dei Giardini della Biennale di

Architettura, fronte la laguna..


Si parlava con Gilbert e i colleghi francesi del tema “la rue” per il prossimo

74° Salon Ligne et Couleur e del suo significato, delle sue accezioni.

Rue, route, chemin, voie..


La strada nel costruito è argomento architettonico, immagine di una realtà

fisica, segno che traccia la forma della città.

“Percorso” descritto dall’urbanista Kevin Lynch (“The Image of the City”

-1960).


La strada è il luogo pubblico delle storie della vita, che si realizzano in

spazi di vita, percorsi dalla dimensione temporale.

Marcel Proust racconta l’universo dell’infanzia di Swann, le care figure di

famiglia e le passeggiate quotidiane lungo opposti sentieri: la strada di

Méséglise, dove abitava Swann con la figlia Gilberte e il musicista Vinteuil, e

la strada dei Guermantes, scelta per la passeggiate più lunghe e poi le strade

di Parigi. (“La strada di Swann” - 1913)

Il filosofo Paul Ricoeur associa la dimensione spaziale dell’architettura

alla dimensione spaziale del racconto: "il rapporto spaziale che l'uomo

intrattiene col mondo è di orientamento e disorientamento, di individuazione e

perdita di un sentiero, di progettazione di un iter e messa in discussione di

tale progetto". (“Architettura e narratività” saggio pubblicato nel catalogo

della XIX Triennale di Milano - 1996)


La strada è un cammino.

« ...dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo. - Per andare

dove, amico? - Non lo so, ma dobbiamo andare.»

(Jack Kerouac “On the road”- 1957).


Un cammino nella vita, fianco a fianco.

«parlarci era difficile. entrambi d'indole verbosa, posseduti da un mare di

parole, insieme restavamo muti, camminavamo in silenzio a fianco a fianco per

la strada di San Giovanni. Per mio padre le parole dovevano servire da conferma

alle cose, e da segno di possesso; per me erano previsioni di cose intraviste

appena, non possedute, presunte.» (Italo Calvino “La strada di San Giovanni” –

1990).


«dobbiamo alla strada una dimensione più che materica, in un certo senso

dobbiamo riconoscerla coma una sorta di personaggio, qualcosa che ci riguarda

intimamente e che più di ogni altra ci rimanda il nostro appartenere allo

spazio.»

(Tiziana Villani, 1997 “Strada.Percorsi urbani:la strada personaggio”-1997)

In costante trasformazione: la percorriamo spesso in automobile. Con una

velocità che favorisce più lo spostamento che l’osservazione con effetti di

spaesamento.


Un tema dunque che parla di architettura e senza metafora anche di

narrazione.

Un tema che esplora “un’architettura oltre il costruire”.

Ci si chiedeva a cena con Gilbert: cosa significa oggi essere architetti-

artisti? Cosa ci accomuna?

Conversazione aperta..


Fabrizia Iacci

AAA Associazione Architetti Artisti Lignee et Couleur - Milano



Aux collègues et aux amis  de Ligne et Couleur,

a’ l’occasion du  prochain 74o Salon Ligne et Couleur.



Nous étions au diner, le soir du samedi 1er novembre dernier, en occasion du

vernissage de la XVIIème  exposition de Venise, au restaurant des Jardins de la

Biennale d’Architecture, en face de la lagune.


On parlait avec Gilbert et les collègues francais de « la rue», sujet pour le

prochain 74o Salon Ligne et Couleur et de sa signification, de ses acceptions.

Rue, route, chemin, voie……


La rue dans l’espace urbain est un sujet architectural, c’est l’image d’une

réalité physique, il s’agit d’un signe qui trace la forme de la ville. «

Parcours » décrit par l’urbaniste  Kevin Lynch (« The image of the city » -

1960)


La route est le lieu public des “histories de la vie” qui se réalisent dans

des espaces vécus, qui se suivent dans la dimension temporelle.

Marcel Proust nous raconte l’univers de l’enfance de Swann, les chers

personnages de famille et les promenades quotidiennes le long de chemins

opposés : la rue de Méséglise, où habitait Swann avec la fille Gilberte et le

musicien Vinteuil, et le chemin des Guermantes, choisi pour les promenades plus

longues et enfin les rues de Paris. (« Du coté de chez Swann » - 1913)

Le philosophe Paul Ricoeur associe la dimension spatiale  de l’architecture à

la dimension spatiale de la narration : « la relation spatiale que l’homme

entretient avec le monde est aussi bien d’orientation que de désorientation, de

découverte et de perte d’un chemin, de projet d’un trajet et de mise en

question du projet même. » (« Architettura e narratività » - essai publiqué

dans le catalogue de la XIXème Triennale de Milan – 1996)


La rue est un chemin.

« Nous devons aller et ne pas nous arreter jamais jusqu’à l’arrivée – Pour

aller où, mon ami ? – Je ne sais pas, mais il faut que nous allons quand même

». (Jack Kerouac « On the road » - 1957)


Un chemin dans la vie, l’un à coté de l’autre.

« il était difficile de parler l’un à l’autre. Tous le deux de nature

verbeuse, possedés par une mer de mots, nous avions le souffle coupé quand nous

étions ensemble, nous marchions en silence l’un à coté de l’autre le long de la

route de S. Giovanni. Pour mon père les mots dévaient donner une confirmation

aux choses, et y imprimer un signe de possession; pour moi elles étaient

prévisions de choses à peine entrevues, pas du tout possedées, seulement

presumées. »

(Italo Calvino « La strada di San Giovanni » - 1990)


“La rue nous donne une dimension qui dépasse son acception matérielle, en un

sens nous devons la reconnaitre comme un sorte de personnage, quelque chose qui

nous concerne profondément et qui est la plus capable de nous donner un

sentiment d’appartenance à l’espace. »  

(Tiziana Villani « Strada. Percorsi urbani: la strada personaggio » - 1997)

La rue vit une transformation constante: nous la parcourons souvent en auto.

Avec une vitesse qui favorise le déplacement plutot que l’observation, avec des

effets de dépaysement.


Un sujet donc qui parle d’architecture et sans métaphore autant de

narration.

Un sujet qui explore « un’architecture qui va au-delà de la construction ».

Au diner avec Gilbert nous nous avons posé un demande : quest’ce que signifie

etre architects-artistes aujourd’hui ? Quest’ce que nous avons en commun ?

La conversation est ouverte..

HOMEHome.html